Speciale Oscar

Stefano Lorusso

Il film che ha catalizzato la maggiore attenzione sui suoi interpreti è stato “Dallas Buyers Club”

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Mentre l’Italia festeggiava l’Oscar come Miglior Film Straniero alla “Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, non senza superarsi nell’intramontabile eccellenza tricolore della polemica stucchevole e dell’autoflagellazione, l’edizione numero 86 degli Academy Awards, con un palmares in buona misura passato sotto silenzio sui media nazionali, ha certificato l’ottimo stato di salute della settima arte. Molti i grandi nomi del cinema americano quest’anno sfilati sul tappeto rosso del Dolby Theatre di Los Angeles, da Martin Scorsese a Michael Fassbender, Leonardo DiCaprio e Alexander Payne. Come sempre schizofrenicamente scissa tra un ideale artistico di cinema d’autore e il sostegno alla produzione industriale hollywoodiana, la giuria dell’Academy ha salomonicamente distribuito i premi principali assegnando ben 7 statuette “tecniche” (tra cui quella più importante alla regia) alla virtuosistica fantascienza di “Gravity” di Alfonso Cuaron e il premio come Miglior Film allo straordinario “12 anni Schiavo” di Steve McQueen, riconoscendone il valore e l’importanza. Mai come quest’anno sembrava ci fossero tutte le condizioni perché l’Academy rompesse lo storico tabù di un Oscar mai tributato ad un regista di colore. Così purtroppo non è stato, nonostante l’eccellente opera di Steve McQueen, notevolissima sia sul piano estetico che su quello civile e contenutistico.

Il film che ha catalizzato la maggiore attenzione sui suoi interpreti è stato “Dallas Buyers Club”, intenso ritratto di volti scavati dall’AIDS nell’America delle grandi speculazioni farmaceutiche e dell’omofobia strisciante: premiate le due interpretazioni maschili di Matthew McConaughey e Jared Leto. Oscar come miglior attrice protagonista alla splendida Cate Blanchett di “Blue Jasmine” di Woody Allen, mentre l’esordiente Lupita Nyong’o ha conquistato un meritatissimo Oscar come attrice non protagonista per la sua struggente interpretazione in “12 anni schiavo”. Perfetta anche la scelta dell’Oscar alla migliore sceneggiatura originale assegnato a Spike Jonze per l’ottimo “Her”, delicata e brillante storia d’amore tra un uomo e il suo sistema operativo. Due le scelte in assoluto più discutibili: non aver premiato “The act of Killing” di Joshua Oppenheimer come miglior documentario e “The wind rises” di Hayao Mijazaki come miglior film d’animazione dimostra quanto ancora la giuria dell’Academy sia cieca davanti al (grande) cinema realizzato fuori dai meccanismi produttivi di Hollywood. Vivamente consigliato recuperarli entrambi.

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