L’altamurano Domenico Scaltrito racconta l’anima nascosta del borgo antico di Altamura da riscoprire “col naso all’insù”

Vie, claustri, stemmi, epigrafi e storie dimenticate: nel suo libro Domenico Scaltrito invita gli altamurani a rallentare e osservare la città con occhi nuovi. Un viaggio nella memoria collettiva che unisce ricerca storica, dialetto, tradizione orale e amore per Altamura.

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Ci sono luoghi della nostra Altamura che attraversiamo ogni giorno e che, proprio perché familiari, rischiamo di non vedere più. Percorriamo le stesse strade, passiamo davanti agli stessi portali, leggiamo distrattamente i nomi delle vie senza chiederci chi fossero le persone ricordate da quelle targhe o quali vicende si nascondano dietro un claustro, un’epigrafe consumata o una piccola edicola votiva.

A riportare lo sguardo su questo patrimonio spesso ignorato è Domenico Scaltrito, medico in pensione e appassionato di microstoria, da anni impegnato nell’osservazione, nella ricerca e nel racconto delle vicende meno conosciute della città. Un interesse nato dalla curiosità verso quei dettagli che la grande storia tende talvolta a lasciare ai margini, ma nei quali sopravvivono l’identità, le abitudini e la memoria quotidiana di un’intera comunità.

Da questa attenzione nasce “Col naso all’insù per le vie del borgo antico”, il volume dedicato alle bellezze nascoste del centro storico di Altamura. Non una semplice guida, ma un invito a modificare il proprio modo di abitare e conoscere la città: rallentare, osservare, interrogare le pietre e ascoltare le storie che ancora custodiscono.

«Mi sono accorto che pur conoscendo le vie, le piazze, i claustri non conoscevo le storie che nascondevano», racconta Scaltrito. La domanda su chi fosse Giovanni Firrao, al quale è dedicato un claustro accessibile da piazza Madonna dei Martiri, diventa l’inizio di una ricerca più ampia: «Allora ho capito che per conoscere davvero la città non bastava camminare, dovevo imparare a guardarla con altri occhi, a leggerla ed ascoltarla».

Lo sguardo di un bambino all’origine del viaggio

All’origine del libro c’è anche una passeggiata compiuta nel 2018 insieme al nipote Francesco e la scoperta quasi casuale di una meridiana in piazza della Repubblica.

Lo sguardo del bambino non è stato soltanto una presenza affettiva, ma una vera chiave di lettura. «Ho voluto che Francesco mi accompagnasse in questo viaggio proprio per avvalermi della sua curiosità di bambino», spiega l’autore. Anche il titolo del volume nasce da quelle passeggiate, perché «i bambini guardano in alto, si fermano e chiedono mentre gli adulti corrono».

In questa frase è racchiusa l’intera filosofia del libro. Il centro storico non viene presentato come uno scenario immobile, da contemplare soltanto attraverso i monumenti più celebri, ma come un grande racconto diffuso. Per leggerlo occorre recuperare la curiosità dell’infanzia e tornare a formulare domande semplici, ma decisive: chi, come, perché e quando.

Le strade come capitoli della memoria collettiva

Uno degli strumenti privilegiati della ricerca di Scaltrito è la toponomastica. I nomi delle vie non sono semplici indicazioni geografiche, ma frammenti della memoria cittadina.

«I monumenti raccontano la storia “ufficiale”, i nomi delle vie sono la memoria storica del borgo, di un’intera comunità», sottolinea l’autore. Attraverso le antiche denominazioni è possibile ricostruire mestieri, abitudini, famiglie, rituali e caratteristiche dei luoghi. Via Fratelli Bruno, ad esempio, era un tempo conosciuta come la “via delle verghe”, una denominazione capace di restituire immediatamente un pezzo della vita quotidiana del passato.

Nel corso del Novecento molti toponimi popolari furono sostituiti con i nomi dei protagonisti della Rivoluzione altamurana. Scaltrito non propone di cancellare quella grande storia, ma di affiancarla alla memoria quotidiana e locale.

Nel libro avanza anche alcune proposte per recuperare antiche denominazioni o introdurne di nuove, maggiormente legate alla vicenda storica della città. Tra gli esempi citati, l’idea di ricordare nella toponomastica Ludovico di Bellojoco, primo feudatario di Altamura, oggi privo di un riferimento cittadino.

L’obiettivo è costruire una città capace di raccontare tutta la propria storia: quella dei grandi eventi, ma anche quella degli uomini e delle donne che ne hanno abitato le strade.

Lo “stradone”, la spina dorsale della città antica

Tra i luoghi incontrati durante la ricerca, quello che più ha colpito Domenico Scaltrito è lo “stradone”, come gli altamurani continuano a chiamare corso Federico II di Svevia.

«Per gli altamurani questa via, dedicata all’imperatore che ricostruì la città, è la strada per eccellenza. La spina dorsale della città antica, un solco vivo che la attraversa da Porta Bari a Porta Matera», afferma.

Lungo il suo percorso si affacciano palazzi nobiliari, chiese, cortili, portali e sculture che attraversano secoli di storia. «Ogni pietra sembra custodire un ricordo, un segreto, una storia da raccontare».

È proprio questa sovrapposizione di epoche, memorie e presenze a rendere il borgo antico un organismo ancora vivo. Un patrimonio che, tuttavia, rischia di scomparire anche senza essere fisicamente distrutto.

«Una storia scompare anche quando smetti di vederla»

Porta Bari rappresenta uno degli esempi più evidenti. Croci lignee, figure scolpite, iscrizioni e simboli religiosi testimoniano il passaggio di intere generazioni, ma spesso vengono osservati senza conoscerne il significato.

«Una storia non scompare solo quando la distruggi. Scompare anche quando smetti di vederla», avverte Scaltrito. «Quello che non distrugge il tempo può essere distrutto dall’ignoranza e dall’indifferenza».

Il rischio è che quelle testimonianze restino ancora al proprio posto, ma diventino mute perché nessuno saprà più interpretarle. «Se non leggiamo le pagine di storia appese ai suoi muri, tra vent’anni ci saranno ancora, ma nessuno saprà cosa significano».

Storia documentata, memoria e leggenda

Il lavoro dell’autore intreccia documenti, architettura, fede popolare, dialetto, tradizione orale e osservazione diretta. Elementi differenti, che Scaltrito dichiara di aver affrontato «con rispetto e metodo».

Il dato storico resta quello sostenuto da archivi, atti, libri e targhe. Accanto a esso vive ciò che la comunità ha tramandato nel tempo: racconti, leggende, parole dialettali e ricordi. Non sono piani da confondere, ma forme diverse attraverso le quali una città costruisce la propria identità.

In questo percorso il dialetto assume un’importanza particolare. Non è considerato un semplice elemento folkloristico, ma un archivio vivo.

«I nomi ufficiali delle vie ci raccontano la storia ufficiale, il dialetto la storia della gente», osserva Scaltrito. Nella lingua degli anziani sopravvivono mestieri, soprannomi, usanze, riti e significati che la denominazione moderna delle strade ha progressivamente nascosto. «Se perdiamo il dialetto degli anziani perdiamo la chiave per leggere la città vera».

La storia minore che racconta la vita di tutti

Il volume dedica grande attenzione a elementi apparentemente marginali: stemmi consunti, balconi, iscrizioni, bassorilievi, date incise nella pietra ed edicole votive.

Sono dettagli che compongono quella che viene spesso definita “storia minore”, ma che in realtà risulta indispensabile per comprendere l’identità più profonda di una comunità.

«I grandi monumenti raccontano la storia dei potenti, la storia minore ci racconta la storia di tutti», spiega Scaltrito. Un’edicola votiva permette di comprendere come si pregava in un rione; uno stemma consumato restituisce la presenza di una famiglia; un’iscrizione può raccontare la funzione originaria di un edificio o conservare una data che altrimenti sarebbe stata dimenticata.

Il libro diventa così un invito a cercare il patrimonio nascosto in piena vista, quello davanti al quale passiamo quotidianamente senza più sollevare lo sguardo.

Conoscere la città per diventarne custodi

Nella prefazione, il professor Luigi Viscanti individua nel libro anche il valore di un possibile strumento di educazione civica. Una lettura che ha sorpreso lo stesso autore, ma che trova conferma nell’intero percorso del volume.

«Conoscere la città è il primo passo per amarla. E se ami un luogo lo rispetti e lo tuteli», afferma Scaltrito. «Un cittadino che conosce la sua città, le sue strade, i suoi nomi, le sue storie ne diventa custode, non solo abitante».

Il libro parla quindi soprattutto agli altamurani, proprio perché chi nasce e vive in un luogo corre maggiormente il rischio di abituarsi alla sua bellezza.

Per iniziare il proprio viaggio, il consiglio è semplice: osservare con curiosità portali, targhe, stemmi consumati ed epigrafi, ponendosi le domande che formulerebbe un bambino.

Le fragilità del centro storico

Lo sguardo affettuoso dell’autore non rinuncia alla critica. Durante le sue passeggiate Scaltrito ha incontrato bellezza, ma anche trascuratezza, abbandono e incuria.

Tra le fragilità segnalate ci sono palazzi storici chiusi e non visitabili, claustri serrati o divenuti proprietà private, stemmi deteriorati ed edicole votive deturpate o coperte dal passaggio di fili elettrici.

«Amare veramente significa anche criticare, quando serve», osserva. L’intervento più urgente, secondo l’autore, è avviare un’opera costante di manutenzione e valorizzazione: non azioni isolate, dunque, ma una cura continua capace di proteggere il patrimonio e renderlo realmente accessibile.

Le responsabilità, però, non ricadono soltanto sulle istituzioni. Scaltrito immagina un futuro nel quale le scuole educhino lo sguardo, le associazioni mantengano viva la memoria e i cittadini imparino a conoscere, amare e rispettare ciò che li circonda.

Rallentare come forma di resistenza culturale

In un tempo dominato dalla velocità, dalle immagini consumate in pochi secondi e da una fruizione spesso superficiale dei luoghi, l’atto di osservare può diventare una forma di resistenza culturale.

«Osservare è un atto rivoluzionario perché ti obbliga a pensare e a fare domande», afferma Scaltrito. «La velocità cancella, l’osservazione salva».

Rallentare il passo significa opporsi alla superficialità, scegliere di conoscere e concedere ai dettagli il tempo necessario per parlare. «Rallentare è un modo efficace di salvare la memoria».

“Col naso all’insù per le vie del borgo antico” è dunque un atto d’amore verso Altamura, ma anche una chiamata alla responsabilità. Ricorda che un patrimonio non vive soltanto perché esiste: vive se viene conosciuto, raccontato, tutelato e trasmesso.

E alla domanda se, dopo aver attraversato e studiato il borgo antico, senta finalmente di conoscere davvero la città, Domenico Scaltrito risponde senza esitazioni: «Assolutamente no! Conoscere Altamura tutta è impossibile. Più cammini con naso all’insù più ti accorgi di non sapere».

È forse proprio qui il valore più autentico del suo lavoro: non consegnare al lettore risposte definitive, ma restituirgli il desiderio di cercare. Perché sono ancora tante «le pagine da scrivere, le storie da raccontare prima che le voci della città tacciano e le luci si spengano nell’oblio».

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